Questa volta ci sono cascato anche io

mercoledì 5 novembre 2008, 6:08 PM

La regola fondamentale quando ci si accinge all’ascolto di un nuovo disco di Vinicio Capossela, così come all’inizio di un suo concerto, è di non aspettarsi niente di ciò che già conosci di lui. Guai a chi ha sperato che “Il ballo di S. Vito” fosse uguale a “Camera a sud” o che “Ovunque proteggi” fosse come “Canzoni a manovella”. Se, come me, in 5 mesi hai assistito a 4 sue performance, non devi aspettarti quello stesso spettacolo, di cui serbi un ricordo nitido e commosso.
Questo vado dicendo a tutti da sempre, a quegli odiosi fans delle prime file dei suoi concerti, che insofferenti scalpitano per poter “zompettare” sulle note di “Maraja” o “Al veglione” o “Il ballo di S. Vito” e che magari fischiano se Vinicio propone musica di Bach con un quartetto d’archi o le ballate struggenti e raggelanti di Matteo Salvatore. Eppure questa volta ci sono cascato anche io!
Forse mi ha tradito l’amore viscerale e assoluto per “Ovunque proteggi”, che è l’opera totale e quasi profetica di un artista da annoverare tra i grandissimi cantautori della musica italiana di sempre, ma con in più una ricerca e un gusto musicali universali. Così ascolto per la prima volta “Il gigante e il mago”, “In clandestinità”, “Parla piano”, “Una giornata perfetta” e penso – mmm, già sentito.
Poi arriva “Il paradiso dei calzini” che mi fa pensare alla Melevisione, a Mary Poppins o alle vecchie favole musicate, incise sui 45 giri di quando eravamo piccoli, e mi sembra un brano un po’ di maniera, troppo mieloso e “facile” e penso che forse questa volta la Warner ha dato più ascolto ai simpatici ragazzotti urlanti nelle prime file dei concerti che non all’anima dell’artista.
Mi è salito un magone in gola, forse anche un po’ esagerato, ma in un mondo che non offre molte cose in cui credere, una di queste è sempre stata il genio di Vinicio, la sua libertà musicale e l’amore per la letteratura scritta con le note.
Passa “Orfani ora”, bella e ben scritta, però da “Sante Nicola” le sensazioni cambiano, Vinicio ricomincia a conversare intimamente col suo piano gran coda, quel magone resta lì, tra mento e petto, ma questa volta è emozione, comprensione, contatto. Crescenti, aerobici, potenti. “Vetri appannati d’America”, “Dall’altra parte della sera”, “La faccia della terra”, “Lettere di soldati” e “Non c’è disaccordo nel cielo” sono una cavalcata di bellezza, tristezza e visioni. Qualcosa non quadra: come può esserci una spaccatura così netta? Un secondo ascolto glielo devo proprio! Sono partito dal titolo e dal retro di copertina. Vinicio ce l’ha annunciato che era “da solo”, anzi malaccompagnato dall’Orchestra degli Strumenti Inconsistenti, che nel booklet sono indicati con precisione estrema, come in un libro di ricette o nel foglietto di un medicinale.
Lui è solo, nudo, e gli strumenti inconsistenti traducono in suono questa sua nudità. Il mighty Wurlitzer teather organ, straordinario strumento tutelato in America come noi non sappiamo fare neanche con il Colosseo, è la voce della solennità, del trionfo di un numero di illusionismo riuscito, il cristallarmonio, la sega musicale, il Teremin sono gli spiriti e i pensieri di un sognatore, i Mariachi di Calexico, ospiti straordinari, sono il rimbombo alcolico negli strascichi dell’ultima festa.
In questo disco c’è molta America, dove infatti è stato in parte registrato.
L’America degli anni elettrizzanti di “Una giornata perfetta”, della straordinaria capacità di creare personaggi, come Giganti e Maghi, e di raccontarne le storie, l’America coi “vetri appannati” dalla paura e dalla solitudine, quella biblica degli spirituals nella meravigliosa “La faccia della terra” (forse il pezzo più bello), quella delle guerre assurde e delle “Lettere di soldati”.
E c’è ovviamente tutto il mondo interiore di Vinicio, che pare sempre vivere in un pianeta a sé, seguire strade lontane dalle nostre highway, mentre poi ti accorgi che dentro quelle storie stonate e strampalate c’è molta più realtà di quella finta che propongono ovunque a buon mercato.

Grazie, come sempre.

Mariano Alterio

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